Calcio

INTERVISTA - Raffaella Barbieri: «Tanto da fare per far crescere il calcio femminile»

L'attaccante del San Marino ha raccontato ai nostri microfoni il suo punto di vista sul calcio femminile

14.12.2019 16:49

Di Cristina Scarasciullo

 

Il movimento femminile del calcio è riuscito ad ottenere che a partire dal 2020 anche le giocatrici  possano godere delle tutele previste dalla legge sulle prestazioni di lavoro sportivo, potranno cioè divenire professioniste. Adesso la palla passa alle singole società, che dovranno fare un po' di conti e decidere se è possibile mantenere i costi di un eventuale campionato professionistico.

Il calcio femminile, negli ultimi tempi ha fatto notevoli passi avanti nel processo di riconoscimento sociale, soprattutto dopo l'eccellente prova delle ragazze di Milena Bertolini al Mondiale in Francia di quest'estate. Ne abbiamo parlato con Raffaella Barbieri, classe 95, attaccante del San Marino cresciuta nelle giovanili del Torino.

 

Ti sei avvicinata al calcio da piccola, poi crescendo è diventata la tua professione. Quando hai capito che era più di una semplice passione?

Ho iniziato a giocare molto piccola e già a 15 anni ho iniziato a rendermi conto che potesse essere più di una passione, anche perché ho esordito in Serie A a 14 anni. Quindi mi sono resa conto fin da subito che il calcio sarebbe stato quello che volevo fare nella vita.

Hai mai pensato a come sarebbe stata la tua vita senza il calcio?

A volte ci ho pensato, soprattutto dopo l’infortunio al crociato, però mi sono sempre resa conto che quello che mi dà il calcio vale ogni sacrificio. Quindi, è capitato di pensare al mio futuro senza il calcio ma ogni volta mi sono detta che il calcio vale la pena.

Quest’anno vesti la maglia del San Marino in Serie B. Come mai questa scelta?

È il secondo anno che sono qui. Tre anni fa il direttore sportivo di questa squadra mi ha chiamato ma io ho rifiutato, poi l’anno dopo mi ha ripresentato l’offerta e ho deciso di svoltare in un certo senso la mia carriera. Mi rendo conto che è stata una scelta coraggiosa, anche perché mi sono spostata da casa. Si tratta di un progetto ambizioso e a lungo termine quindi ci ho creduto.

Quali sono i tuoi obiettivi per questa stagione?

Come obiettivo personale, visto che sono un’attaccante, sicuramente voglio arrivare in doppia cifra. Come gruppo, l’obiettivo di partenza era la salvezza, dato che siamo una neopromossa, ma attualmente siamo seconde in classifica quindi adesso valutiamo qualche obiettivo un po’ più importante.

Negli ultimi tempi i vari stereotipi a proposito di questo mondo sono stati pian piano decostruiti, grazie anche alla partecipazione delle Azzurre al Mondiale lo scorso anno. Quanto c’è ancora da fare secondo te?

È vero che molti stereotipi sono stati decostruiti, ma molti altri regnano ancora anche perché sono radicati nella mentalità maschilista che è la stessa in tutto lo sport. Secondo me il calcio maschile e quello femminile devono essere valorizzati come discipline diverse, devono riuscire a crearsi una propria tifoseria e un proprio percorso. Non va fatto il confronto tra le due cose perché è ovvio che le cose non saranno mai le stesse.

Uno degli stereotipi più comuni è che in uno spogliatoio femminile sia più difficile fare squadra. È davvero così?

È vero che è più difficile fare spogliatoio con delle ragazze, l’allenatore deve prestare molta più attenzione alla parte psicologica, perché per natura la donna pensa più dell’uomo. Però è anche vero che difficilmente si spacca uno spogliatoio femminile quando si è creato un gruppo compatto, cosa che invece è più facile accada tra gli uomini dove gli individualismi sono molto forti.

Hai indossato la maglia azzurra in diverse occasioni: un onore e un onere.

Credo sia il sogno di ogni bambino e bambina, anzi di ogni atleta. È davvero emozionante, soprattutto il momento in cui si ascolta l’inno con quella maglia addosso. È un momento che ti riempie di orgoglio perché capisci che stai rappresentando un Paese intero. Senza dubbio è fonte di grande gioia.

A che punto è il movimento femminile del calcio italiano secondo te?

Penso che siamo ancora al 40% di quello che effettivamente il calcio femminile può fare. Ci sono ancora poche bambine che giocano a calcio e poche società femminili. Spesso le bambine anche se si avvicinano a questo mondo lo fanno in squadre maschili, ma non è in questo modo che il movimento può crescere e diventare indipendente. Penso che i comuni dovrebbero dare alle società femminili le strutture e i campi per permettere anche alle squadre femminili di crescere e far crescere il movimento, in modo da diventare veramente forti nel giro di una decina d’anni.

Grazie a Raffaella Barbieri e alla MSM (Music and Sport Management) che ci ha permesso di parlare del calcio femminile, uno sport che si sta sempre di più affermando nel panorama dello Sport mondiale. 

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Raffaella Barbieri | © Facebook

 

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