Serie A

Nel cuore della Juventus: com'è cambiato il centrocampo da Conte a Sarri

Dal primo 4-2-4 alla Juve di Berlino, dalla mediana di Cardiff al nuovo ruolo di Pjanic, la storia della mediana bianconera.

16.10.2019 11:01

Fonte: Twitter, Arturo Vidal, Paul Pogba, Andrea Pirlo, Juventus.

Una delle questioni più care ai tifosi della Juventus, è quella legata ad un aspetto percepito come fondamentale nei discorsi calcistici proprio dei tifosi bianconeri. Se mai doveste averne modo, potreste constatare come l’argomento più delicato in casa Vecchia Signora sia quello legato al centrocampo e alla sua evoluzione nel tempo. Dalla prima Juve di Antonio Conte, fino alla scoperta di alcuni gioielli capaci di rimodellare la squadra pluri-campione d’Italia, passando poi per Massimiliano Allegri, il rombo di Berlino, la coppia di Cardiff e l’interpretazione di Maurizio Sarri, oggi sotto gli occhi di tutti. Uomini, compiti e disposizioni che hanno caratterizzato successi, grandi gare e disfatte sia sotto i riflettori dell’Allianz Stadium, sia negli stadi più importanti d’Europa.

Dall’integralismo al diamante francese

La prima Juventus del ciclo vincente, guidata da Antonio Conte, nasce per seguire principi che sembrano irrinunciabili per il tecnico pugliese. La rinascita della squadra dopo i due settimi posti, pare poter essere affidata al superoffensivo 4-2-4 che già aveva regalato all’ex centrocampista proprio dei bianconeri due vittorie in Serie B. L’iniziale schieramento prevedeva così una coppia tutta azzurra composta da Andrea Pirlo, parametro zero arrivato dal Milan, e il principino Claudio Marchisio, fresco di ritiro dal calcio giocato. L’idea è quella di uno schieramento capace di allargare le squadre avversarie tenendo larghi gli esterni, facendo partire il gioco dalla linea difensiva, innescando i movimenti sincroni dei 4 giocatori offensivi con verticalizzazioni improvvise sulle punte. La mediana a due deve dunque garantire equilibrio, pulizia tecnica e velocità di circolazione. I piani (tattici) del mister stanno però per essere rivoluzionati da una variabile impazzita: l’acquisto e l’inserimento di Arturo Erasmo Vidal Pardo segnerà indelebilmente quella e le successive Juventus. Un calciatore arrivato in punta di piedi, sconosciuto ai più al Bayer Leverkusen, che si rivelerà un cardine per il club della Continassa. Un calciatore completo, capace di rifinire, concludere, interdire, inserirsi, riconquistare palla in zona offensiva e pressare.

Antonio Conte sceglie dunque di affidarsi allora ad un 4-3-3, schierando un trio indimenticabile nelle impressioni di qualunque supporter juventino e composto dal vertice basso Pirlo, e due mezz’ali dinamiche, forti, tecniche, quali Marchisio e proprio Arturo Vidal (miglior marcatore della squadra in quella stagione). Una mediana completa e disegnata con sartoriale maniacalità sulle caratteristiche degli interpreti. Libertà per Pirlo di muoversi, svariare, cercare di inventare, dettare i tempi, giocando su verticale ed ampiezza, sostenuto da due scudieri pronti a difenderlo e a sfruttarlo: i movimenti degli avanti a liberare l’area e aprire gli spazi creeranno terreno fertile per varie scorribande offensive dei due.

Dopo una lunga fase di 4-3-3, anche per assecondare le caratteristiche degli uomini difensivi, l’allenatore leccese vara il celeberrimo 3-5-2. Sebbene la mediana rimanga ancora composta dai tre uomini di cui sopra, i compiti di questi ultimi cambiano. In fase di costruzione il triangolo terzino-interno-ala viene meno, con due esterni a tutta fascia chiamati a dare ampiezza e non permettendo lo stesso sfruttamento dei mezzi-spazi, ma a cambiare sono soprattutto le richieste in fase di non possesso, con una riaggressione che deve essere sempre estremamente puntuale ed ordinata. Questo modulo di ferro metterà in cassaforte il dominio nazionale, ma paleserà limiti troppo grandi in Europa, che vedrà un quarto di finale di Champions contro il Bayern Monaco come miglior risultato ed un’eliminazione dalle semifinali di Europa League.

Un’altra grande variabile capace di ribaltare il paradigma proviene dall’Inghilterra: nell’estate 2012 arriva a parametro zero dal Manchester United un giovane Paul Labile Pogba. Sconosciuto ai più, il polpo lavora settimana dopo settimana impressionando tutti. L’impressione è quella di avere per le mani un baby-fenomeno capace di dominare fisicamente e tecnicamente i centrocampi avversari già dai 19 anni. Le sue caratteristiche si riveleranno perfette per il ciclo successivo all’addio di Conte.

Max Allegri: mediana camaleontica

Il ciclo è aperto da Massimiliano Allegri. Arrivato a ritiro iniziato dopo una traumatica separazione con Conte, il tecnico toscano è chiamato ad un compito non facile: dare continuità. Lo fa senza stravolgere i meccanismi rodati messi in campo sino a quel momento nelle ultime 3 stagioni. Le prime gare, pur con un’alternanza di uomini in mediana, vengono interpretate con il solito 3-5-2, in attesa di far assorbire principi tattici diversi. Come gli accadrà almeno un altro paio di volte, Allegri è messo di fronte ad un problema: la convivenza dei 4 tenori. Il tecnico livornese si ingegnerà così da mettere in campo un rombo composto da Pirlo vertice basso, Paul Pogba e Claudio Marchisio interni di centrocampo e Arturo Vidal vertice, per cercare di sfruttare la sua capacità di pressare alto l’avversario e le sue qualità in rifinitura/finalizzazione. In alternativa, Allegri schiererà Roberto Pereyra. È una declinazione iperverticale che grazie ad un calcio fresco, fatto di blitz veloci porterà la Juventus a sfiorare per la prima volta nella sua gestione il famigerato triplete. In finale contro il Barcellona la Vecchia Signora è però impreparata. I piani non erano quelli e a fine stagione la squadra arriva stanca fisicamente, e svuotata mentalmente. Tanti protagonisti hanno la testa altrove, Arturo Vidal, invero già con le valigie in mano da un anno (il trasferimento al Manchester United saltò per problemi fisici) e Carlos Tevez desideroso di tornare al Boca Juniors si trasformarono in (quasi) assenti ingiustificati, e i catalani riescono così ad avere la meglio.

È la fine di un’era, sia il cileno che Andrea Pirlo lasciano il club e portano la Juventus ad un periodo di transizione molto particolare. In estate arriva l’importante acquisto, sempre a zero, di Sami Khedira al quale si aggiunge Mario Lemina dal Marsiglia. I bianconeri inseguiranno poi un trequartista per molto tempo, individuando in Julian Draxler un profilo perfetto. Il trasferimento salta però all’ultimo e il duo Paratici-Marotta vira sul brasiliano Hernanes.

L’idea è quella di reinventare Marchisio come volante davanti alla difesa a causa dell’età che avanza inesorabile e la contestuale assenza di una figura che possa ricoprire quella mattonella: Andrea Pirlo ha lasciato un vuoto. Dopo un periodo di assestamento, la quadra viene trovata con prima Khedira-Marchisio-Pogba ed Hernanes trequartista, e poi con un ritorno al 3-5-2 per sfruttare le qualità atletiche degli esterni, di gran lunga superiore a quanto avrebbe potuto dare il brasiliano dietro a Mario Mandzukic e Paulo Dybala.

Questa Juve è una Juve progressivamente votata all’ampiezza ed al consolidamento del possesso per vie orizzontali, con il centrale di centrocampo chiamato a scendere fino alla linea difensiva e a smistare ai propri lati, senza avere compiti di ricerca della profondità. Altro elemento importante sarà il movimento senza palla di Khedira, che si evolverà piano piano e alla transizione palla al piede di Pogba, capace di sfondare le linee avversarie proprio grazie alle sue peculiari caratteristiche. Può con continuità ed efficacia prendere palla in zona bassa, e presentarsi nelle aree più pericolose del campo semplicemente azionando le sue leve.

A fine stagione 2015/2016 il polpo lascerà la Juve e i proventi della cessione saranno reinvestiti in Gonzalo Higuaìn e soprattutto in Miralem Pjanic.

Questa squadra partirà dal bosniaco dietro le punte dopo una parentesi da mezz’ala, con molte prove deludenti ed un cantiere aperto per farlo diventare un regista basso.

È il girone di ritorno, stavolta, a partorire un altro colpo di genio tattico a Massimiliano Allegri: dopo la disfatta di Firenze, il tecnico toscano decide di optare per il 4-2-3-1 con una coppia centrale solida composta da Khedira e Pjanic, aiutati in fase di costruzione da Dybala trequartista, con il quale si creerà spesso un triangolo sfalsato in zona centrale, e da Mandzukic e Cuadrado esterni capaci di un insospettabile lavoro sporco in fase di coperura. Con poco campo da coprire, una palla da far viaggiare veloce con riferimenti precisi e certi, la Juventus ha la meglio sul Barcellona con una partita fantastica in casa, un 3-0 di alto livello, si sbarazza di Monaco e Porto arrivando così a Cardiff per giocarsi la seconda finale di Champions in 3 anni.

Questa volta le aspettative sono decisamente più alte, ma proprio 3 uomini fondamentali per entrambe le fasi del gioco bianconero, Pjanic, Khedira e Mandzukic, crollano nella ripresa: in assenza di sostituti affidabili (Marchisio e Pjaca infortunati in maniera seria), i blancos vincono per 4-1.

In quella sessione estiva arrivano in bianconero Rodrigo Bentancur e Blaise Matuidi. Proprio il francese diventerà importante per Allegri. Titolare inamovibile, formerà il trio attuale della Juventus, composto anche da Pjanic, ormai divenuto vertice basso, e Khedira mezz’ala opposta.

I compiti sono chiari: in fase difensiva si passa al 4-4-2 con due linee vicine, il francese a scalare sull’esterno e l’ala opposta a scendere, mentre la costruzione sfrutta i movimenti in ampiezza di uno dei due interni, in collaborazione con terzino ed attaccante esterno: i compiti di Pjanic saranno semplici, cercare quasi sempre di allargare e mai di verticalizzare in maniera sistematica e profonda.

Questo pattern si ripeterà anche nella stagione successiva, con un breve momento di pausa in cui l’uscita dal basso ed un gioco più associativo che speculativo, grazie all’acquisto di calciatori quali Cancelo, Cristiano Ronaldo ed al ritorno di Bonucci, operazioni apertamente votate ad un’impostazione che consolidi e contempli un possesso fatto dal basso, con intelligenza, tecnica e qualità. Un promettente avvio spento dalla rimonta subita a Torino contro il Manchester United e la successiva eliminazione in Champions per colpa dell’Ajax rendono troppo ampia la frattura tra le due filosofie, ormai contrapposte, che vedono Paratici e Nedved da un lato, ed il tecnico dall’altra: è arrivata l’ora di separarsi.

Le prime dell’era Sarri, il ritorno della verticalità

A succedere a Massimiliano Allegri è il suo avversario di tante battaglie e fresco vincitore dell’Europa League, Maurizio Sarri. Con il mister del Napoli del "bel gioco", e l’arrivo di Rabiot e Ramsey, il copione sembra cambiare, almeno nelle intenzioni. La volontà di non abbandonare il centrocampo a 3 pare ferrea anche se la sovrabbondanza di interni pare dare la sicurezza del posto soltanto a Miralem Pjanic. Sorprendendo tutti, l’adattamento della rosa ai nuovi principi è molto graduale e l’unica certezza diviene proprio la linea mediana delle precedenti due stagioni. Matuidi-Pjanic-Khedira si riscoprono pedine importanti e capaci di esprimersi adottando un altro registro. Le richieste sono infatti ben altre, una riscoperta ricerca del gioco profondo da parte di Pjanic, che con molte più soluzioni si sta imponendo come uno dei migliori registi in circolazione, e due equilibratori che, nelle corde, hanno la capacità di compiere movimenti complementari ai propri compagni d’attacco per rendere la costruzione più armonica e creare dubbi nelle difese avversarie, cercando di seminare scompiglio e disordinare le linee.

C’è stato anche spazio per sperimentare il gallese Aaron Ramsey nelle vesti di trequarti nel 4-3-1-2, e regalando sprazzi di qualità molto promettenti per concedere una soluzione in più in fase di rifinitura e finalizzazione dei bianconeri.

Una storia lunga, intricata, fatta di molti uomini e molte soluzioni diverse, quella dei centrocampi e dei centrocampisti della Juventus di questo ciclo vincente che a Torino ha portato 8 scudetti consecutivi. Una storia da continuare a scrivere, con l’augurio da parte dei tifosi bianconeri di arrivare il più lontano possibile.

Commenti

L'OPINIONE - Perché la finale di Champions non si dovrebbe giocare a Istanbul
IL COMMENTO - Caso NBA-Cina: gli interessi sono stati realmente anteposti alla libertà?