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IL COMMENTO - Caso NBA-Cina: gli interessi sono stati realmente anteposti alla libertà?

La libertà d’espressione, spesso, coincide con la 'necessità d’espressione', ma quello che è accaduto in Cina merita un’attenta analisi per comprendere quanto semplici parole possano scatenare un vero e proprio caos. 

Filippo Luini
16.10.2019 22:22

Di Filippo Luini

 

La NBA non è ancora iniziata e, infatti, i riflettori sono tutti puntati lontano dagli Stati Uniti, lontani dal campo. Per arrivare alla fine, ovvero al tweet di Enes Kanter - «I’m MORE than an Athlete» - dobbiamo fare qualche passo indietro, passare da LeBron James e, ancor prima, da Daryl Morey, GM degli Houston Rockets

La storia ci dice che Hong Kong, dal 1997, è sotto la sovranità della Repubblica Popolare Cinese, da allora, però, l’ex colonia inglese ha dovuto fronteggiare un nemico che di democratico ha ben poco, e il miglior modo che ha per farlo è scendere in piazza, il singolo cittadino che ci mette la faccia diventa garante della sua stessa libertà. Morey ha, probabilmente - almeno per gli interessi della NBA -, scelto il momento peggiore per schierarsi politicamente a favore della popolazione di Hong Kong, anche lui con un famigerato tweet: «Fight for freedom, stand with Hong Kong»

Ora, è necessario precisare quale sia il limite della libertà: la libertà esiste finché non lede quella altrui, verrebbe da pensare, con buonsenso. La libertà della NBA, in queste circostanze, non è stata lesa, tuttavia, gli interessi, sì. A ruota sono arrivati gli schieramenti contro il tweet di Morey. Dallo stesso proprietario dei Rockets, arrivando a… LeBron James. Lui lo ha fatto direttamente di fronte alle telecamere:

«Credo che o fosse informato male (Morey ndr) oppure non conoscesse la situazione. Non ne ho idea, è solo la mia convinzione. Perché se dici o fai cose che possono avere un impatto su famiglie ed altre persone, a volte le cose si possono cambiare. E i social media non sono sempre il modo migliore per affrontare certe questioni, ma è una mia considerazione». 

Queste parole hanno suscitato l’indignazione dei più, che hanno accusato LeBron di pensare maggiormente ai suoi interessi e a quelli della Lega, che non a quelli della popolazione di Hong Kong. Il Re ha voluto fare chiarezza in merito a tali interpretazioni, e dove, se non su Twitter:

«Credo che non siano state prese in considerazione le conseguenze e le ripercussioni di quel tweet. Non ne discuto la sostanza, altri lo possono fare. La mia squadra e questa lega hanno attraversato una settimana difficile. Penso che le persone debbano capire cosa possono fare agli altri un tweet o una dichiarazione. Avrebbe potuto aspettare una settimana per scriverlo».

LeBron ha anche affermato che, quando le situazioni sono poco chiare - e, apparentemente, in questa circostanza, non lo sono - è bene non esprimersi, non prendere posizioni avventate. Eppure Daryl Morey è un uomo di grande intelligenza, uno scienziato di questo sport; ci sembra piuttosto grottesco che un uomo di tale caratura possa essersi espresso con superficialità in un momento politico così teso e delicato. Forse, questa volta, gli interessi sono stati realmente anteposti alla libertà. Per concludere, Enes Kanter, non ci sta. Il centro turco, da sempre schierato contro il governo Erdogan, ha punzecchiato LeBron con un tweet che si rifà al motto del Re: «I am MORE than an athlete».

 

 

Facile giudicare LeBron come mercenario, facile giudicare. Ma inutile

La libertà va sempre difesa, la libertà non dovrebbe avere un costo, piuttosto, un 'limite': quello del rispetto della libertà altrui. Questa è una vicenda che - inevitabilmente - porterà ad ulteriori sviluppi, perché la politica non è solo dei politici, ma - al contempo - la politica non è per tutti. E’ una materia molto complicata, che può compromettere le posizioni delle persone in una comunità, ma, soprattutto, la vita delle persone di una minoranza, se ignorata. La libertà… quella si che è di tutti

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